LEGNO E ARREDO: SOLO TASSE E NIENTE TAGLI ALLA SPESA: CONTINUANDO DI QUESTO PASSO, LE NOSTRE CHIUDERANNO I BATTENTI

Il rapporto Istat sulla situazione economica delle famiglie nel 2013 è purtroppo impietoso: quelle che vivono nelle condizioni di “povertà relativa”, ovvero con due componenti e un reddito che sfiora i 1000 euro al mese, sono 3 milioni e 230000, pari al 12,6%; gli individui, invece, superano i 10 milioni e arrivano al 16% della popolazione. Le famiglie che vivono invece nelle condizioni di “povertà assoluta”, ovvero sotto lo standard di vita che rientra nel minimo accettabile, sono ora 2 milioni e 28000, che corrispondono al 7,9%, mentre gli individui sono più di 6 milioni e costituiscono il 9,9% della popolazione.

Se il dato sulla povertà relativa è rimasto sostanzialmente invariato (dal 12,7% al 12,6%), quello sulla povertà assoluta ha evidenziato un incremento dell’1,1%, con forte incidenza del sud Italia, dove la variazione è stata di quasi il 3%. La povertà assoluta aumenta fra le famiglie con tre e più figli. Riassumendo, stanno meglio a livello di povertà relativa gli “under 35” che vivono da soli al nord, mentre per ciò che riguarda il sud la situazione è migliorata per le coppie con un solo figlio o con a capo un dirigente o un impiegato.

“Questi numeri testimoniano ancora una volta le difficoltà che ha la nostra economia nel ripartire – commenta Domenico Gambacci, presidente nazionale della Federazione Legno Arredo di Confartigianato Imprese – e a oggi, nonostante i tanti proclami e le tante parole, di fatti concreti non se ne sono visti. Questo stato di povertà è ovviamente causato dai costi che gravano su imprese e famiglie e dai redditi che in contemporanea tendono a diminuire; non ci vuole allora molto per capire che, se il soldo non gira, anche la gente non spende, il commercio non funziona e l’intera economia subisce una paralisi. C’è poi un altro problema: le manovre finora messe in atto non sono legate a tagli di costi e centri di spreco; in programma vi è sempre l’aumento dell’imposizione fiscale, la quale contribuisce ad amplificare un’emorragia delle aziende in chiusura che ogni giorno sta diventando sempre più preoccupante. Forse qualcuno non ha ancora ben compreso – sottolinea il presidente Gambacci – che, quando un’impresa chiude, il problema non è soltanto di essa, ma anche di chi ci lavora. Tutto questo produce una perdita di entrate anche per lo Stato”.